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Il contrabbando PDF Stampa
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Un’economia povera, nelle aree di confine, come ovvia conseguenza, il contrabbando, un fenomeno legato alla crisi del mercato, che consentiva di recuperare o vendere illegalmente merci irreperibili o troppo costose sul mercato interno, attraverso canali alternativi di collegamento alla vicina Svizzera.

In passato, esso è stato una vera e propria attività di sostentamento.

L’arco temporale entro il quale collocare la sua maggiore incidenza va dalla metà dell’800 al primo ‘900 per il caffè; dal 1943 al 1946 la principale merce di “sfroso” era il riso e, infine, dopo gli anni ’50, le “bionde”, cioè le sigarette.

Il caffè veniva importato crudo dalla Svizzera e tostato artigianalmente dalle singole famiglie. Per il suo trasporto veniva utilizzato un sacco speciale diviso in due per la lunghezza, allo scopo di distribuire uniformemente il peso.

Il contrabbando
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Il riso veniva acquistato direttamente dalle risaie del Novarese e del Vercellese per essere contrabbandato in Svizzera dove, a causa della guerra che coinvolgeva tutti i paesi confinanti, c’era penuria di molti alimenti. Il commercio del riso era quindi un’attività in controtendenza per l’Alto Verbano che diventava, in questo caso, esportatore.

Il contrabbando del tabacco era già praticato in parallelo al caffè, ma, con la fine della seconda guerra, esso veniva importato confezionato (sigari e sigarette). Questo settore rappresentò per alcuni commercianti e imprenditori ticinesi un’occasione di colossali profitti e per moltissime famiglie italiane di confine un decisivo integratore di reddito.

Le vie seguite dai contrabbandieri con la loro “bricolla”, cioè con il sacco portato sulle spalle per il carico, erano vie defilate e impervie.

Il contrabbando è stato un fenomeno sociale, perché partecipato da tutta la comunità: c’era chi poneva i teloni sui tetti delle casere per avvisare i contrabbandieri della presenza delle guardie, chi ospitava coloro che si trovavano in pericolo, chi, semplicemente, era connivente.

Quando, il 27 novembre 1944, il contrabbandiere craveggese Antonio Guerra viene ucciso da una guardia di confine nei pressi di Spruga in Svizzera, il settimanale “Il lavoratore” commenta il fatto così: “una palle nel cervello di un uomo, una palla nel ventre di un altro uomo per otto chilogrammi di riso e tre copertoni di bicicletta.”

Nei periodi in cui venivano aperti i grandi cantieri pubblici, il contrabbando subiva un’impennata perché la presenza temporanea di “forestieri” incrementava le richieste delle merci.

Esso è stato, forse inconsapevolmente, un fenomeno anarchico e velleitario contro il potere centrale che ha, tra le sue principali prerogative, il controllo dei confini, dei traffici e dei commerci.

Sono stati proprio gli “spalloni”, come anche i cacciatori, che con la loro conoscenza delle montagne hanno dato un importante aiuto nella conquista delle Alpi e che, più recentemente, durante la seconda guerra mondiale, hanno aiutato i partigiani e i rifugiati.

Uno dei primi episodi di contrabbando conosciuti risale al 1757: quarantaquattro donne provenienti dalla Valle Onsernone furono fermate dagli agenti di frontiera mentre cercavano di portare in Italia circa 10.000 cappelli di paglia.

Incaricati della lotta al contrabbando erano le guardie di finanza che vivevano nelle sperdute caserme di montagna con il fine di sorvegliare aree di confine, strade, sentieri. La guardia di confine era, invece, il gendarme al quale la Confederazione Elvetica affidava la sorveglianza dei confini Svizzeri e che fermava gli “spalloni” con il classico “Alt! Guardia svizzera! Mani in alto!”.

Chi si arrendeva, veniva arrestato e portato in caserma per l’interrogatorio, mentre era prassi che anziani e giovanissimi, solitamente sprovvisti di documenti di riconoscimento, fossero rilasciati immediatamente. Poteva anche accadere che contrabbandieri e guardie si trovassero nella stessa osteria prima di “andare al lavoro”, o che queste ultime chiudessero un occhio quando vedevano gli spalloni attraversare il confine, limitandosi a sequestrare loro una parte della merce come fosse stata confiscata ad ignoti. Spesse volte, gli uni aiutavano gli altri a recuperare i corpi dei morti e dei feriti, come successe nel 1941 quando i contrabbandieri parteciparono alle ricerche per trovare i corpi di tre finanzieri travolti da una valanga nei pressi del monte Ziccher in Valle Vigezzo. A partire dalla Valle Anzasca risalendo la Alpi Lepontine fino al passo del Gries e scendendo fino alle sponde del Lago Maggiore a sud della Valle Vigezzo e della Valle Cannobina, sono stati censiti, tra colli e canaloni di confine trentasei passaggi frequentati dai contrabbandieri.

Una delle vie più sfruttate dal contrabbando italo-svizzero è stata quella dei Bagni di Craveggia: la frontiera separava le comunità italiane e ticinesi, ma esse mantenevano un’intensa comunicazione fondata su particolari interessi: squadre di uomini e donne partivano dai paesi vigezzini e si arrampicavano per i sentieri di montagna raggiungendo dopo ore e ore di cammino tra dirupi e assenza di luce, con una bricolla che potava pesare da trenta a cinquanta chili, il confine svizzero. La repressione del contrabbando avveniva soprattutto da parte italiana, direttamente colpita economicamente dal traffico illecito.

I più coraggiosi tra gli “sfrusitt”, cercavano di collocare le merci che trasportavano nei paesi più interni delle vallate ticinesi, dove esse erano più richieste e meglio pagate.

Il contrabbando ha iniziato a declinare quando l’aumento della quotazione del franco svizzero che rese meno convenienti l’acquisto e la vendita e quando divenne più facile trovare altri lavori meno rischiosi e che permettessero guadagni più regolari.

Il contrabbando cannobino era organizzato come quello delle altre aree di confine: gli abitanti di Gurro, Corsolo, Orasso, Spoccia e Cavaglio (gli abitati più vicini al confine), si organizzavano in piccoli gruppi e partivano verso sera, per attraversare il confine in piena notte.

La merce contrabbandata seguiva un percorso preciso: dalla valle veniva portata al cosiddetto Porto di Viggiona, sul lago, quasi di fronte ai Castelli di Cannero; di qui, era trasportata sull’altra riva e smistata verso i mercati lombardi.

La parte che non veniva destinata alla vendita sull’altra riva, era assorbita dalle “piazze” di Cannobio e dintorni. 

 
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