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La devozione religiosa popolare PDF Stampa
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La religiosità delle genti di montagna è da sempre legata alla vita pratica quotidiana, ai ritmi dei lavori agricoli e della natura, ispirata ad un sentimento semplice e sincero verso la divinità.

Cappelle della via Crucis di Zornasco
Cappelle della via Crucis di Zornasco
La devozione popolare ha lasciato, nel corso dei secoli, segni tangibili sul territorio; sono sorti ovunque piccoli oratori, cappelle o edicole, spesso a costo di grandi sacrifici, in modo che ci si potesse sempre sentire, anche negli alpeggi più sperduti, protetti e vicini al proprio Dio.
Ognuno di questi piccoli edifici ha la sua storia; a volte erano costruiti per un voto, altre per invocare Madonna e santi a protezione della la vita degli alpigiani, precaria in quei tempi e spesso in balia di malattie o di eventi naturali difficili da dominare. Lungo i principali sentieri le cappelle avevano anche il compito di cadenzare il cammino, permettendo la sosta ed in alcuni casi il riparo dal maltempo; tipiche sono, in questo senso, le cappelle con ampio portico frontale, a volte a cavallo del sentiero, dove il viandante poteva sostare su semplici sedili o anche solo appoggiare la gerla senza neppure toglierla dalle spalle.

Cappella di Cuslor a Cursolo
Cappella di Cuslor a Cursolo
Poste talvolta sugli incroci delle mulattiere, le cappelle rappresen tavano anche dei riferimenti territoriali, un sistema per orientarsi e trovare la via. Da secoli la fede degli abitanti delle Valli Cannobina e Vigezzo è segnata dai due eventi miracolosi, la Madonna del Sangue di Re (1494) e la Pietà di Cannobio (1522); in una terra di confine come quella di queste valli, la venerazione di tali immagini miracolose aiutò il cattolicesimo a difendersi dell’eresia protestante che a quei tempi incominciava a propagarsi. Le immagini si diffusero in tutto il territorio delle due valli e nei territori limitrofi, rappresentate frequentemente, con maggiore o minore fedeltà rispetto ai modelli originali; ricorrono non solo nelle cappelle votive ma anche nei numerosissimi dipinti su case e cascine, spesso insieme ai santi più venerati (San Rocco, Sant’Antonio da Padova, San Sebastiano, San Giovanni Battista, San Carlo Borromeo......). I numerosi emigranti che in passato lasciavano queste valli per cercare fortuna all’estero, sia in Europa che nelle Americhe, portarono con loro l’immagine cara della Madonna di Re. In Ungheria , come in Tirolo, sorsero dei veri e propri santuari, a dimostrazione della grande venerazione per il miracolo.

Santuario di Re
Santuario di Re
Da tutti i paesi delle due valli i santuari, in particolare quello di Re, erano meta di pellegrinaggi. Famoso era quello di Gurro; l’arrivo dei valligiani cannobini era accolto all’Oratorio di San Rocco dalle campane di Villette, mentre l’attraversamento di Re avveniva spesso fra la folla festante. Da Re i gurresi portavano in regalo confetti colorati e benedetti, e per i bambini i “cucù”, pigne dei larici con le quali giocavano. Oltre ai pellegrinaggi c’erano poi altre processioni particolari, tipiche dei vari paesi, spesso fat te con uno scopo preciso, per propiziare la fine della siccità, per un voto o persino per trovare marito. Le processioni delle rogazioni (fare le croci) si facevano in tre giorni, partendo sempre dalla chiesa del paese; lungo il percorso si pregava e cantava; venivano poste delle croci di cera lungo il cammino in scanalature già segnate su croci di legno o pietra.

 


La Madonna del Sangue di Re

Madonna di Re
Madonna di Re
La Madonna del Latte, ubicata sulla parete esterna della vecchia chiesa di Re, iniziò a sanguinare il 29 Aprile 1494, dopo essere stata colpita dal sasso lanciato da un ragazzino di Villette, adirato per la perdita al gioco della “piodella”.

Quell’immagine, oggi conservata all’interno dell’altare maggiore della chiesa di San Maurizio (che si interseca con l’imponente santuario dedicato alla Madonna divenuta Madonna del Sangue), raffigura una Madonna arcaica, quasi bizantineggiante, con lo sguardo ieratico fisso, senza tridimensionalità, un seno scoperto posto di profilo, mentre lo sguardo è frontale, un abito scuro e stellato e un copricapo a mo’ di aureola. Il bambino esprime un atteggiamento regale e benedicente. Con la mano destra, la Madonna regge una triplice rosa rossa, simbolo della Trinità e della purezza. Alla base dell’affresco, un cartiglio con la scritta: “in gremio matris sedet sapientia patris”. Il pittore della Madonna di Re (che dipinse l’immagine fra il 1380 e il 1390) vuole rappresentare la Vergine come è definita nel Consiglio di Efeso, cioè come “genitrice di Dio”: per questo è rappresentata nell’aspetto più espressivo della maternità, quello di dare il latte, ma il bambino non succhia, benedice. La devozione popolare in Valle Vigezzo ruota, a partire dal tardo ‘400, intorno alla figura di questa Madonna alla quale è stato dedicato il Santuario di Re.


Il Miracolo della Pietà di Cannobio

Santuario di Cannobio
Santuario di Cannobio
Nell’inverno del 1522 a Cannobio, nella casa affacciata sul lago di un facoltoso notabile, avvenne un evento miracoloso, legato da un piccolo dipinto su pergamena raffigurante la Pietà; dalle ferite del Cristo e dagli occhi della Vergine e di San Giovanni cominciò a scendere sangue, mentre dal torace uscì una costola.

Attorno a questo episodio si raccolse non solo la venerazione del popolo ma anche l’interesse di San Carlo Borromeo, il quale affidò al Tibaldi il progetto del nuovo santuario, dedicato all’immagine miracolosa, la cui costruzione fu iniziata nel 1575 e terminata nel 1614. Il dipinto, oggi custodito sull’altare del Santuario, rappresenta, in primo piano un sepolcro, dietro il quale, al centro, vi è il Cristo, che reca i segni della passione, sulla destra San Giovanni, e sulla sinistra la Vergine.

Sullo sfondo sono rappresentati oggetti e gesti, simboli della passione (le mani di Pilato, i dadi con i quali i soldati si giocarono le vesti, gesti di insulto e di sberleffo...)

 
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